Introduzione

Il corpo è sempre stato considerato un oggetto di progressiva realizzazione, che si evolve pari passo con lo sviluppo del progresso ed esprime la maturità di una civiltà.

Il corpo è il tramite immediato di un individuo nel contatto con il mondo, nonché la sua prima caratteristica riconoscibile agli altri. Con i suoi cambiamenti visibili e continui (per esempio i processi legati alla crescita e all’invecchiamento) costituisce la grande mappa sensibile che, attraverso una fitta rete di segnali, permette di far emergere anche le emozioni dell’io più profondo.

Intorno alla sua polivalenza simbolica si concentrano credenze, pregiudizi, falsi miti, che storicamente sono stati responsabili dell’atteggiamento culturale di popoli ed epoche.

Oggi, il modello di bellezza riprodotto dai mannequine e personificato dalle modelle, è una donna scheletrica[1] che, sostenendo abiti bellissimi, rappresenta l’impalcatura semi-umana su cui si regge tutta la vanità, tutto l’edonismo della società occidentale contemporanea.

La comunicazione di massa si è da tempo impadronita dei temi riguardanti l’immagine corporea e la bellezza, contribuendo a creare e diffondere stereotipi ben noti sul orpo e sulle sue rappresentazioni.

Questo rigido modello culturale rispetto a bellezzae peso corporeo fa in modo che chi non incarna certe caratteristiche molto spesso si trovi vittima di critiche e prese in giro, in questo modo è facile per una persona debole rimanere impressionata dalle immagini offerte dai media e questo può innescare un’esigenza di controlo sul proprio corpo che spesso porta a seri disturbi alimentari.

Secondo diversi studiosi, la società occidentale è affetta da ‘entropia esistenziale’, ovvero da una condizione di scadimento di significatività, depontenziamento di energia morale e da marcata condizione di decreatività.[2]

Si è ormai nella fase matura di una crisi storica, in cui al sistema di convinzioni precedenti è subentrato un nuovo stato vitale, dinamico, ma anche instabile e precario, che tende a negare e anzi sovvertire le convinzioni e gli schemi culturali di riferimento del passato.

I tradizionali legami e le dinamiche relazionali vengono sostituiti dall’invasione di tecnologie ‘individualizzanti’, che smaterializzano ogni processo di socializzazione. In questo scenario caratterizzato dalla frammentazione, dalla dispersione e dall’incertezza, gli individui privilegiano il ‘qui e il subito’[3], sottoponendo anche i rapporti umani alla logica del consumo, e dell’appagamento immediato e della comunicazione emozionale (in termini di utilità e convenienza).

I centri commerciali diventano i nuovi templi e lo shopping ne chiarisce il senso, proprio in quanto passatempo individuale che esorcizza insicurezza e senso di solitudine; velocità, eccesso e spreco esprimono la pseudo-libertà[4] fornita dal mercato.

La cultura efficientista ed edonista intende emarginare l’angoscia del corpo vecchio e cadente attraverso i dettami ‘liquidi’[5] della moda e del giovanilismo a oltranza; così il corpo postmoderno afferma un’ipervalutazione dell’immagine che esalta la bellezza e il look, quali beni imprescindibili per essere in e per fronteggiare con successo ogni competizione sociale. Essere adeguati e conformati (in riferimento ai tipi ideali esaltati dai mezzi di comunicazione di massa), include la necessità di interiorizzare il ricorso al fitness e alle cure estetiche; lungi dal moltiplicare situazioni di svago, il tempo libero finisce col rappresentare la fatica di rendersi fisicamente desiderabili.

Il corpo umano da sempre cerca di trascendere la propria naturalità biologica per farsi espressione vivente di uno specifica appartenenza geografica, religiosa, sessuale, storica, culturale.

Dai veli musulmani ai capelli tinti, dai piedi femminili fasciati alle minigonne, dalle decorazioni di guerra ai tatuaggi e piercing, questi marchi e comportamenti costituiscono in larga parte l’identità sociale di una persona.

I mass media esibiscono corpi attraenti e fanno passare questa attrattività come desiderabile, divertente e soprattutto facilmente accessibile. In un certo senso, la bellezza si è democratizzata, potendo contare su trattamenti e pratiche a larga diffusione. Purtroppo, questo non ha comportato un allargamento delle varianti estetiche: il corpo snello domina l’immaginario globale – coniugandosi in pettorali scolpiti per gli uomini e seni prominenti per le donne – e le medesime icone dello stile imperano da oriente a occidente, invitando all’emulazione giovani, adulti e persino bambini.

Allo stesso tempo, la massiccia campagna contro l’obesità – partita dagli USA pochi anni fa – è supportata da compagnie dietetiche e centri di chirurgia estetica, che fatturano milioni di dollari promettendo un dimagrimento veloce e gratificante.

Eppure, lungi dal tranquillizzare, questa consapevolezza di poter migliorare e prefezionare il proprio corpo lo ha trasformato progressivamente nell’instabile protagonista delle nostre fissazioni: un ‘oggetto’ di proprietà da far fruttare al meglio.

Questa preoccupazione costante – pur in molte varianti – ha colonizzato un numero così elevato di persone da poterlo ragionevolmente descrivere in termini patologici, quale fenomeno pandemico; eppure, pienamente coivolti, preferiamo lasciare che alberghi in noi considerandola piuttosto una sottile ansia quotidiana come ‘normale’ implic azione della vita.

Da tempo i disturbi di origine psico-somatica sono noti e controllati; oggi sembra accadere il contrario, e l’accumulo di ansie corporee spesso premature – trasmesse alle nuove generazioni già all’interno dei propri gruppi famigliari – sta conducendo a una forte destabilizzazione delle funzioni percettive come dell’identità degli individui, tanto da rendere inaguati gli approcci teorici per affrontare le attali espressioni di un disagio nel corpo.

È difficile discernere il modo in cui i corpi sono mostrati e coinvolti in dibattiti mediatici, dall’effetto che questo può avere nella percezione di sé a degli altri: di fatto, abbiamo ormai introiettato tanto i modelli proposti, quanto l’urgente bisogno di migliorare il nostro aspetto, dando per scontato che perseguire quest’obiettivo conduca alla soddisfazione e realizzazione di sé.

In effetti, prendersi cura del proprio fisico sembra implicare una questione morale, in quanto il giudizio non arriva solo dagli altri, ma dalla propria coscienza (riflessa in termini di autostima). Un corpo ‘appropriato’ è, in definitiva, la carta da visita che esprime meglio la capacità di controllo, l’affidabilità e il duro lavoro: il fine giustifica i mezzi, non importa se artificiali – i prodotti dietetici, la chirurgia – oppure in chiave naturale – le pratiche salutistiche, l’alimentazione bio-organica, lo yoga ecc.

Se è vero che la bellezza può costituire la più moderna forma di discriminazione – solo le donne ricche, in questo momento, possono permettersi certi trattamenti – probabilmente in futuro il vero discrimine non sarà il ceto, ma l’età. Secondo Baudrillard, la pelle sarà così il nuovo, più agognato acccessorio di lusso.


NOTE

[1] Oliviero Toscani, nel 2007 ne fece una discussa campagna pubblicitaria, fotografando ed esponendo gigantografie di un corpo devastato (31 chili per 1,64 di altezza) di Isabelle Caro, modella e attrice. La ragazza è morta nel 2010 all’età di 29 anni.

[2] Per ulteriore approfondimento, si rinvia a C. Lash, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 2004

[3] Z. Bauman , Modernità liquida, Laterza, 2006

[4] In quanto, con l’abbassamento delle tensioni creative e operative, all’individuo rimane solo la ‘libera’ scelta di conformarsi.

[5] Ibid.

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